Quando penso alla città, abbino ricordi legati alle mie gite scolastiche. Prima parte: walkman, chitarra, pullman/treno, mappa con itinerario debitamente evidenziato, luoghi di interesse sottolineati. Seconda parte: visita guidata ai monumenti e impaziente attesa dell’ora di libertà per i souvenir (esplorativi, più che materiali). Terza parte: viaggio di rientro immancabilmente allietato dalle canzoni del Canzoniere. A distanza di anni sono tornata in città da visitatore nonché accompagnatrice delle mie due figlie, di 19 e 8 anni. Mettendo in conto le aspettative differenti di ognuna di noi, ho immaginato un “programma” aperto. Una sola regola: NO SHOPPING. La cosiddetta “via principale” è un susseguirsi di punti vendita delle grandi catene internazionali dell’abbigliamento che urla: “SHOPPING? SHOPPING? SHOPPING?" Oddio, partiamo bene... La piazza principale, tolto il bar che vi si affaccia e che con difficoltà tenta di mantenere una certa autorevolezza storica, è la fermata principale dei bus turistici, dei mezzi pubblici, semi-aperta al traffico. I classici luoghi d’interesse sono transennati, segnaletica e informazioni difficilmente visibili, in primo piano ci sono i cartelli con le “norme anti-covid”. La nostra prima impressione è quella di essere cadute in un ingranaggio che gira speditamente sul quale è difficile tenersi in equilibrio e guardarsi attorno. Fiumi di persone si muovono disordinatamente, cellulare alla mano, immortalando monumenti con un click. Che "velocittà"! Il posto più umano ci sembra il caffè della piazza. Ci accomodiamo, ordiniamo e chiediamo alcune informazioni al cameriere, quasi stupito dal nostro tentativo di dialogo. Probabilmente i turisti oggi si informano consultando la grande enciclopedia del web. Noi siamo arrivate “impreparate” per scelta. Siamo nel cuore della città ma non percepiamo quell'armonia tra città e cittadini. Sentiamo un forte individualismo nelle persone che si muovono. “Che tristezza..” dico tra me e me. Per fortuna, le mie figlie, meno inquadrate nella mappa del centro storico di me, mi invitano a imboccare un vicolo secondario. Finalmente un po’ di silenzio, finalmente un po’ di spazio per guardarsi intorno. Una passante, ascoltando le nostre conversazioni, ci suggerisce dove andare per trovare un po’ di umanità. Sarà poi il gestore del ristorante alternativo in cui abbiamo pranzato e con il quale ci siamo intrattenute ad accompagnarci, di persona, ad acquistare il miglior prodotto tipico per eccellenza, in un piccolo laboratorio. Che meraviglia, quando l’essere umano fa quello per cui si è evoluto: socializza. Torniamo alla stazione arricchite di incontri belli e di assaggi genuini che ricorderemo. Le città hanno bisogno di ritrovare un dialogo attivo con i loro cittadini per tutelare la loro identità e non rimanere soffocate dalla confusione.
